<div><font face="verdana, sans-serif" size="2">Nel 1551 sant’Ignazio di Loyola commissionò all’architetto fiorentino Nanni di Baccio Biggio il disegno di una Chiesa per la Compagnia di Gesù.<br>La pianta, che presentava una larga Chiesa con una unica navata, cappelle laterali e un’abside poco profonda, venne ridisegnata nel 1554 da Michelangelo, ma anche il suo progetto rimase sulla carta.<br>Infine il cardinale Alessandro Farnese, forse il più noto mecenate delle arti del periodo, fornì il finanziamento nel 1561 ed incaricò Jacopo Barozzi, chiamato “Il Vignola”, uno dei suoi architetti preferiti, della progettazione e realizzazione della chiesa del Gesù di Roma. Gli architetti gesuiti Giovanni Tristano e Giovanni de Rosis furono attivi collaboratori dei progetti interni e diressero l’attuale costruzione.<br>Non soddisfato dal disegno della facciata fatto dal Vignola, il Cardinale Alessandro Farnese scelse un progettto di Giacomo della Porta. La costruzione della Chiesa iniziò nel 1568; ma a concluderne l’esecuzione, dopo la morte del Vignola, fu Giacomo Della Porta nel 1575. Al momento della sua dedicazione nel 1584, la chiesa fu la più grande e la prima completamente nuova costruita a Roma fin dal “Sacco” del 1527.<br>Nella seconda metà del XVII secolo si ebbe la decorazione pittorica di Giovanni Battista Gaulli detto il Baciccia e si lavorò alle due grandi cappelle del transetto: quella di san Francesco Saverio e quella particolarmente sontuosa di sant’Ignazio.<br>In occasione delle vicende della fine del Settecento, che seguirono la soppressione dell’Ordine (1773), il tempio fu privato di molte ricchezze.<br>Nel 1814 la chiesa fu restituita ai gesuiti. Verso la metà del XIX secolo fu ornata la tribuna e costruito l’altare maggiore. Dal 1858 al 1861 l’ornamento del tempio farnesiano fu compiuto per munificenza del principe Alessandro Torlonia, che fece rivestire di marmi la navata.<br>In conclusione, la Chiesa del Gesù, realizzata con uno stile tra il rinascimentale ed il barocco, ebbe un gran influsso sull’archittetura sacra delle chiese barocche in Italia e altrove nel mondo, fino ad ispirare il termine – oggi contestato – “stile gesuitico”.<br>La sobria facciata, con i volumi, le masse ed i giochi di luci ed ombre che anticipavano il Barocco, fu attentamente orientata verso le vie e la piazza circonstanti: essa si erge maestosa come un grande portale che invoglia i viandanti ad entrare.</font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font></div><div><img src="http://www.chiesadelgesu.org/nuovo/wp-content/uploads/2013/09/chiesa_del_gesu_roma_facciata_old_high.jpg" style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;"></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font></div><div><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Fonte: www.chiesadelgesu.org</span></div><div></div>
<font face="verdana, sans-serif" size="2">La chiesa del Gesù, dell’ordine dei Gesuiti di Roma, presenta elementi architettonici tipici delle chiese barocche. </font><div><font face="verdana, sans-serif" size="2">Un discepolo di Michelangelo, Giacomo della Porta disegnò una facciata che illustra l’influsso del suo maestro nell’esecuzione scultorea della superficie architettonica.<br>Il prospetto a due livelli, rivestito di pilastri e colonne corinzie, mette in relazione l’esterno della chiesa con l’interno e permettendo di intuire le altezze diseguali della navata e delle cappelle laterali.<br>Il problema architettonico di come armonizzare questa differenza ha una storia lunga, e Della Porta trae ispirazione dal passato, volgendo il suo sguardo fino alla facciata dell’Alberti per S. Maria Novella a Firenze (1456) e impiegando puntoni curvi o volute alle estremità del piano superiore, per mascherare il profilo irregolare della facciata e collegare visualmente i due livelli. In seguito, questa soluzione divenne un elemento comune delle chiese a piano longitudinale costruite a Roma. Nel disporre coppie di pilastri a intervali regolari lungo la faccia della chiesa ad entrambi i livelli, Della Porta mette l’enfasi sul collegamento verticale invece che sul dinamismo orizzontale. Per accentuare però il portale principale, l’architetto rompe la trabeazione e porta avanti di un passo verso la piazza l’intera porzione centrale. L’aggiunta delle colonne fiancheggianti e il doppio timpano al di sopra incornicia e fa risaltare l’entrata.<br>La decorazione rimane minima, in conformità con l’identificazione dei gesuiti con la riforma ecclesiastica del periodo.</font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br><img src="http://www.chiesadelgesu.org/nuovo/wp-content/uploads/2013/10/chiesa_del_gesu_roma_facciata_stemma_high-285x300.jpg"></font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font><div><font face="verdana, sans-serif" size="2">Il grande stemma sopra il portale principale reca il monogramma di Gesù, mentre le due nicchie fiancheggianti accoglieranno le due statue di S. Ignazio (a sinistra) e di S. Francesco Saverio (a destra) solo nel decimosettimo secolo.<br>L’effetto complessivo della facciata è di forza ed energia, ma anche di austerità.</font><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2">Fonte: www.chiesadelgesu.org</font></div></div></div>
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<div><div><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Eretta sotto la direzione del gesuita aquilano Giuseppe Valeriani, la cappella fu originariamente dedicata – da S. Francesco Borgia – a S. Francesco d’Assisi, il che spiega i cinque dipinti ad olio, su tavola e su tela, con gli episodi della vita di Francesco, opera di almeno due pittori, Giuseppe Peniz, poco noto artista fiammingo o tedesco e di Paolo Bril, di Anversa (1554-1626), un paesaggista al quale è dovuta l’affresco del soffitto, Tentazione di San Francesco, del vestibolo che conduce dal transetto alla cappella. </span><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Tre altre tavole sono in visione nel piccolo museo accanto alla sacrestia odierna.</span></div></div><div><br></div><div><div><font face="verdana, sans-serif"><font size="2"><br></font></font></div><div><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Fonte: www.chiesadelgesu.org</span></div></div><div></div>
<div><span style="font-size: small; font-family: verdana, sans-serif;">Successivamente, crescendo la diffusione del culto al Sacro Cuore di Gesù, si volle convertire la cappella in santuario delle famiglie italiane consacrate al Sacro Cuore e sull’altare venne innalzato l’attuale dipinto su rame, opera del 1760 di Pompeo Batoni (1708-1787). </span><span style="font-size: small; font-family: verdana, sans-serif;">Nella volta sono stati dipinti figure di Dottori della Chiesa e di Evangelisti, dovute al manierista bolognese Baldassarre Croce, detto il Baldassarino (1558-1628), fortemente influenzato dai Carracci e dal Reni.</span></div><div><div><font face="verdana, sans-serif"><font size="2"><br></font></font></div><div><font face="verdana, sans-serif"><font size="2"><br></font></font></div><div><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Fonte: www.chiesadelgesu.org</span></div></div><div></div>
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<font face="verdana, sans-serif" size="2">In questa cappella, un tempo vestibolo della porta laterale aperta sull’attuale via del Plebiscito, è sistemato un crocifisso di grandezza poco più del naturale, un tempo conservato nell’ante sacrestia e qui trasportato per la molta devozione che riscuoteva da parte dei fedeli. È opera di pregevolissima fattura e non se ne conosce l’autore.<br>Potrebbe trattarsi – ma è solo una congettura – del grande crocifisso che figura sull’altare maggiore, nella medesima posizione in cui, sull’altare rifatto dal Sarti, campeggia il monogramma del Nome di Gesù.</font><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br>Tale supposizione si basa sulla rappresentazione dell’interno della Chiesa visibile nel quadro di A. Sacchi (1599-1661), oggi alla Galleria di Palazzo Barberini e sull’altra, simile, che si può ammirare nell’ante sagrestia, sullo sfondo del quadro rappresentante i dei due cardinali Farnese, fondatori della Chiesa e della Casa Professa del Gesù.</font><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br><img src="http://www.chiesadelgesu.org/nuovo/wp-content/uploads/2013/10/chiesa_del_gesu_roma_crocifisso_r_2_high-300x270.jpg"></font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font><div><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;"><br></span></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"></font><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Fonte: www.chiesadelgesu.org</span></div></div></div>
<div><font face="verdana, sans-serif" size="2">E’ una delle cappelle più sontuose per i marmi pregiati che compongono tutt’intorno un alto zoccolo. Il nome della cappella, il cui patrono era l’ecclesiastico Pirro Taro, deriva dalla raffigurazione della pala dell’altare, opera di Francesco Bassano (1549 – 1592).</font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br>Agli affreschi, realizzati nel 1588-89, hanno lavorato tre pittori principali quasi contemporanei, insieme a un gruppo di giovani artisti, meno noti. Però l’attribuzione delle singole opere resta controversa. Uno studio recente assegna gli affreschi nel modo seguente:<br>1. A Giovanni Battista Fiammeri (1530-1606), un fratello gesuita fiorentino: la Creazione nella volta, gli angeli sui pilastri, e il disegno di alcuni altri affreschi, incluso il Battesimo di Gesù, sulla parete destra, che Fiammeri ha forse dipinta assistito dallo sconosciuto “Maestro Bernardino”. Inoltre, egli ha apparentemente diretto l’intero progetto decorativo nella cappella;<br>2. A Durante Alberti, di Borgo San Sepolcro (1538 – 1613): la Trasfigurazione sulla parete sinistra e forse Abramo con i tre Angeli nell’ovato destra;<br>3. A Ventura Salimbeni , di Siena (1557 – 1613): Eterno Padre tra cori di angeli nell’ovato sinistro, e nei pennacchi, gruppi di angeli con attributi del creatore.<br>Una cornice di marmo giallo venato inquadra la tela in cui Francesco Bassano il Giovane (1540-1592) ha rappresentato la “Santissima Trinità”.<br>Nel reliquiario sull’altare è custodito il braccio destro del gesuita S. Andrea Bobola, martire polacco († 1657), canonizzato da Pio XI nel 1938.</font></div><div><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;"><br></span></div><div><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;"><br></span></div><div><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Fonte: www.chiesadelgesu.org</span></div>
<span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Dedicata originariamente alla Natività, la cappella oggi prende nome dal tema della attuale pala d’altare, opera del romano Giovanni Gagliardi, noto a cavallo del XIX e XX secolo per le sue opere sacre.</span><div><br></div><div><img src="http://www.chiesadelgesu.org/nuovo/wp-content/uploads/2013/10/chiesa_del_gesu_roma_sacra_famiglia_high.jpg"></div><div><br><font face="verdana, sans-serif"><font size="2">Le pitture originali, risalenti all’ultimo ‘500, sono di Nicolò Circignani , detto Il Pomarancio (1516-1596), un’artista prediletto dei gesuiti del tardo Cinquecento: nella volta la Celebrazione celeste della natività di Cristo, nei pennacchi i profeti David, Isaia, Zaccaria e Baruch, nel lunettone destro l’Annuncio dei pastori, in quello sinistro la Strage degli Innocenti. Gli specchi delle pareti, sempre da Circignani, raffigurano la Presentazione di Gesù al Tempio e l’Adorazione dei Magi.<br>Quattro statue simboleggiano, nella parete di fondo, la Temperanza e la Prudenza (destra), e la Fortezza e la Giustizia (sinistra).<br>La ricca decorazione della Cappella è completata da quattro monumenti sepolcrali addossati alle pareti: tre dedicati ai patroni Cerri, patroni settecenteschi della cappella con legami ai Barberini, famiglia del Papa Urbano VIII. Si tratta di Mons. Antonio, suo figlio Card. Carlo e di un altro consanguineo. Il quarto a Rosa Bianca Martinetti, defunta nel 1838, è evidentemente imitazione fatta per simmetria.</font></font><div><font face="verdana, sans-serif"><font size="2"><br></font></font></div><div><font face="verdana, sans-serif"><font size="2"><br></font></font></div><div><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Fonte: www.chiesadelgesu.org</span><div></div></div></div>
<div><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Questa Cappella, originariamente dedicata agli Apostoli, ora è dedicata a S. Francesco Borgia, lo spagnolo Duca di Gandìa, il quale, rimasto vedovo, rinunciò al suo titolo e ai privilegi del suo stato per entrare nella Compagnia di Gesù, della quale più tardi divenne il terzo Preposito generale.</span></div><div><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;"><br></span></div><img src="http://www.chiesadelgesu.org/nuovo/wp-content/uploads/2013/10/chiesa_del_gesu_roma_borgia_high.jpg"><div><br><div><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">La pala d’altare – S. Francesco Borgia in preghiera – è di Fratel Andrea Pozzo (1642 – 1709), manomessa nel sec. scorso ad opera di Gagliardi, con l’aggiunta di alcuni martiri della Compagnia di Gesù.</span></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2">Due figure in bronzo fiancheggiano l’altare, prime della serie di 12 Apostoli fatte nel ‘600 per l’altare di S. Ignazio, poi invece distribuite nel varie cappelle e più tardi anche sull’altar maggiore.<br>Gli affreschi della volta (Pentecoste) e dei lunettoni (a sinistra il Martirio di S. Pietro, ai lati la Fede e la Speranza; a destra il Martirio di S. Paolo, ai lati La Religione e la Carità) sono opera di Nicolò Circignani detto il Pomarancio (1516-1591).<br>Pier Francesco Mola (1612-1688) ha dipinto le pareti laterali (a sinistra S. Pietro nel carcere Mamertino battezza i SS. Processo e Martiniano, a destra Conversione di S. Paolo).<br>Lateralmente, quattro monumenti funerari in marmo della II metà del 19° sec., del casato dei Marchesi Ferrari.</font><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Fonte: www.chiesadelgesu.org</span></div></div></div>
<span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Sorta sull’area in precedenza occupata dalla chiesetta di S. Andrea, demolita per far posto all’attuale Chiesa del Gesù, la Cappella ne prende perciò il nome, benché dedicata ai Martiri. </span><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Essa costituisce un piccolo trionfo della pittura toscana della fine del ‘500.</span><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><img src="http://www.chiesadelgesu.org/nuovo/wp-content/uploads/2013/10/chiesa_del_gesu_roma_andrea_high.jpg"></font><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font><div><font face="verdana, sans-serif" size="2">Gli affreschi dell’arcone (i martiri S. Pancrazio, S. Celso, S. Vito, S. Agapito), dei pilastri (le martiri S. Cristina, S. Margherita, S. Anastasia, S. Cecilia, S. Lucia, S. Agata), della volta (Gloria della Vergine circondata dai Santi Martiri), nei peducci (S. Clemente, S. Ignazio di Antiochia, S. Cipriano, S. Policarpo), nei lunettoni (S. Agnese e S. Lucia fra i tormenti), nelle pareti (i Supplizi del protomartire S. Stefano e del diacono S. Lorenzo) sono tutti del fiorentino Agostino Ciampelli (1578 – 1640).<br>Sua è anche la pala d’altare raffigurante il Martirio di S. Andrea.<br>I battenti della porticina, dalla quale si sale alla Cappella della Congregatio Nativitatis, rappresentano un notevole lavoro di ebanisteria secentesca.<br> <br></font><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;"></span></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font></div><div><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Fonte: www.chiesadelgesu.org</span></div></div></div>
<span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Così denominata dalle scene della Passione, che iniziano dalle lunette (Gesù nell’Orto di Getsemani, il Bacio di Giuda) e proseguono in sei tele, quattro sui pilastri (Cristo alla colonna, Cristo nel Pretorio, Cristo da Erode, l’Ecce Homo) e due sulle pareti (la Salita al Calvario, la Crocifissione). </span><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br><img src="http://www.chiesadelgesu.org/nuovo/wp-content/uploads/2013/10/chiesa_del_gesu_roma_passione_high.jpg"></font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2">Al posto dell’attuale pala dell’altare dipinta da Giovanni Gagliardi, rappresentante la Madonna in trono col Bambino attorniata da Santi gesuiti, stava una deposizione, opera di Scipione Pulzone, attualmente al Metropolitan Museum di New York.<br>L’opera è frutto della collaborazione di Giuseppe Valeriani (1542 – 1596) per il disegno, e di Gaspare Celio (1571 – 1640) per la pittura; essa include pure L’Apoteosi degli strumenti della Passione nella volta e la rappresentazione degli evangelisti nei quattro pennacchi.<br>Nell’arco di ingresso alla Cappella sono rappresentate scene e figure dell’Antico Testamento, che completano la rappresentazione del tema della divina misericordia, del sacrificio e della salvezza.</font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br><img src="http://www.chiesadelgesu.org/nuovo/wp-content/uploads/2013/10/chiesa_del_gesu_roma_giuseppe_pignatelli_3_high-300x225.jpg"></font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font><div><font face="verdana, sans-serif" size="2">Sotto l’altare un’urna di bronzo conserva le reliquie di san Giuseppe Pignatelli (1737-1811), uno dei protagonisti del ristabilimento della Compagnia di Gesù in Italia, canonizzato da Pio XII nel 1954.<br>Sulle pareti laterali due medaglioni indicano le tombe di P. Jan Roothaan (1785-1853) e di P. Pedro Arrupe (1907-1991) rispettivamente 21° e 28° Preposito Generale della Compagnia di Gesù.<br> <br></font><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;"></span></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font></div><div><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Fonte: www.chiesadelgesu.org</span></div></div>
<span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Gasparo Garzoni – figlio di Quirino, gentiluomo di Jesi, nella cui casa al Pincio sant’Ignazio aveva trovato la sua prima dimora romana – ebbe in patronato questa cappella, passata poi ai Vittorio Delfini.</span><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><img src="http://www.chiesadelgesu.org/nuovo/wp-content/uploads/2013/10/chiesa_del_gesu_roma_angeli_high.jpg"></font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font><div><font face="verdana, sans-serif" size="2">Di particolare interesse le decorazioni della volta – Incoronazione di Maria Vergine – e della pala d’altare – Angeli in adorazione della SS. Trinità -, ambedue opera di Federico Zuccaro (1542 – 1609). Lo stesso artista dipinse anche le due tavole sulle pareti laterali: la Caduta degli angeli ribelli, a destra, e gli Angeli che liberano le anime dal Purgatorio, a sinistra. Così gli affreschi principali nella cappella includono rappresentazioni del cielo, dell’inferno, e del purgatorio.<br>Si devono le statue di angeli che occupano le nicchie nei pilastri a scultori operanti tra la fine del 16° e gli inizi del 17° sec., tra i quali Silla Longhi (1560-1619 o 1622) e Flaminio Vacca (1538-1605).<br>Particolarmente preziose sono le quattro tavole di marmo, nelle quali sono scolpiti lussureggianti festoni di fiori e di frutta: provengono dalle Terme di Tito, da cui vennero tolte nel 1594. Nel ‘600 furono arricchite da teste alate di cherubini, forse per dare carattere sacro ad un’opera pagana.</font></div><div><br></div><div><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Fonte: www.chiesadelgesu.org</span> </div></div>
<span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">La sacrestia, progettata da Girolamo Rainaldi (1570-1655) in forma di quadrilatero, è una delle più vaste e maestose sacrestie di Roma.</span><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><img src="http://www.chiesadelgesu.org/nuovo/wp-content/uploads/2013/10/chiesa_del_gesu_roma_sacrestia2_high.jpg"></font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font><div><font face="verdana, sans-serif" size="2">Dall’ante-sacrestia, un atrio diviso in due navate da pilastri, si accede all’antica sacrestia attraverso un portale di pietra intagliata che reca il nome del Cardinale Odoardo Farnese sormontato dall’impresa della sua famiglia: fleur-de-lis, oppure i gigli, sul campo disadorno. Rampollo di una delle dinastie ecclesiastiche più potenti del Cinquecento, il Farnese era il mecenate dell’ Antica Sacrestia e dell’adiacente Casa Professa (1599), mentre il suo prozio, il Cardinale Alessandro Farnese (nipote di Paolo III, il papa che approvò la fondazione della Compagnia di Gesù nel 1540), aveva finanziato la costruzione della chiesa. Perciò il giglio dei Farnese è in evidenza dappertutto nell’Antica Sacristia come pure un po’ dovunque nella chiesa del Gesù.<br>Nel vestibolo d’ingresso alla sacrestia sul soffitto, si può ammirare in stucco dorato su fondo azzurro il trigramma “IHS”, un pastiche di lettere greche e romane che costituiscono un’abbreviazione del nome di Gesù, tutto compreso in un sole raggiante. Come un punto focale della devozione, il trigramma è anteriore alla sua adozione nel sigillo ufficiale della Compagnia, ma in seguito è divenuto il simbolo distinto dei gesuiti.<br>Al centro della volta si vede un affresco – Adorazione del SS. Sacramento – del fiorentino Agostino Ciampelli (1578-1617).</font></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br><img src="http://www.chiesadelgesu.org/nuovo/wp-content/uploads/2013/10/chiesa_del_gesu_roma_sacrestia_quadro_high-200x300.jpg"></font></div><div><br></div><div><font face="verdana, sans-serif" size="2">Nella parete in testa vi è una piccola cappella, la cui pala d’altare, raffigurante S. Ignazio, è attribuita ad Annibale Carracci (1560-1609); nell’arco sovrastante, due affreschi con episodi della Passione, probabilmente dovuti a Giovanni Lanfranco di Parma (1581-1647).<br>Le pareti sono occupate da grandi armadi in noce massiccio, artisticamente lavorati e ornati con statuette dei dodici Apostoli dello stesso legno, colorate in tinte bronzee. Interessante il busto di S. Ignazio, in legno dipinto, in alto a destra.<br><br></font><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br></font><span style="font-family: verdana, sans-serif; font-size: small;">Fonte: www.chiesadelgesu.org</span><font face="verdana, sans-serif" size="2"><br><br></font><br> </div></div>
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